Capire se stessi al lavoro: attaccamento, emozioni, rapporti con colleghi e sicurezza psicologica in azienda
Quando pensiamo al “modo in cui stiamo al lavoro”, la mente corre a competenze, ruoli, obiettivi.
Ma in ogni relazione professionale — nel modo in cui chiediamo supporto, gestiamo un conflitto o viviamo la presenza di un capo — agiscono anche dinamiche più profonde, radicate nella nostra storia personale.
Il modo di stare in relazione che abbiamo costruito nelle prime esperienze affettive tende a riemergere, anche se in forme diverse, nel contesto lavorativo.
La teoria dell’attaccamento, elaborata da John Bowlby e ampliata da Mary Ainsworth, descrive come i bambini sviluppino modelli interni di relazione in base alla qualità delle cure ricevute.
Questi modelli — detti internal working models — diventano veri e propri schemi emotivi: rappresentazioni di sé, dell’altro e del legame.
Negli adulti si manifestano in forme riconoscibili:
- Lo stile sicuro permette di fidarsi, chiedere aiuto e mantenere autonomia.
- Lo stile ansioso porta a cercare costante rassicurazione e temere il rifiuto.
- Lo stile evitante si esprime nella distanza e nel bisogno di autosufficienza.
Questi schemi, pur modificabili nel tempo, restano attivi in ogni contesto di relazione significativa — incluso quello lavorativo.
Negli decenni anni, la ricerca ha mostrato quanto il nostro modo di vivere le relazioni al lavoro sia influenzato dagli stili di attaccamento, cioè da come cerchiamo sicurezza e gestiamo la vicinanza emotiva con gli altri. Ad esempio, una grande meta-analisi ha confermato che gli stili insicuri sono associati a livelli più alti di burnout e a una minore fiducia nei confronti dei supervisori. Il contesto professionale non è un ambiente emotivamente neutro. In ogni relazione di cooperazione o dipendenza — come quella tra collaboratore e leader — il nostro sistema di attaccamento può attivarsi.
Chi ha uno stile sicuro può tendere a fidarsi e collaborare; chi è ansioso può temere di deludere o perdere approvazione; chi è evitante ha una maggior inclinazione a mantenere distanza emotiva.Queste modalità non sono “errori”, ma strategie relazionali acquisite, che possono però entrare in tensione con la logica organizzativa se non riconosciute.
Quando l’azienda diventa “una famiglia”: un rischio sottile
A volte sentiamo amici e conoscenti parlare del loro ambiente di lavoro come di “una grande famiglia”. Questo linguaggio, apparentemente caloroso, può tuttavia generare confusione: il lavoro non è un contesto affettivo.
La relazione di attaccamento, nel senso originario, è asimmetrica e affettiva: un adulto protegge un bambino vulnerabile. La relazione lavorativa è simmetrica o gerarchica e contrattuale, fondata su responsabilità reciproche, non su bisogni primari di protezione.
Quando questa distinzione si perde:
- i leader rischiano di assumere ruoli “genitoriali”, caricandosi di una responsabilità emotiva che non appartiene al loro ruolo;
- i collaboratori possono sviluppare aspettative di conferma e accudimento che l’organizzazione non può soddisfare;
- il gruppo può “infantilizzarsi”, oscillando tra dipendenza e delusione.
Si crea così un clima pseudo-familiare — “qui siamo una famiglia” — dove la cura diventa vincolo, e la coesione si confonde con la fusione. In questi casi anche leader attenti e sensibili rischiano il burnout relazionale, proprio perché il confine tra ruolo e affetto si dissolve.
Le versioni più recenti dell’applicazione della teoria dell’attaccamento al lavoro chiariscono che la secure base non è una figura di accudimento, ma un contesto prevedibile e coerente che permette alle persone di agire e crescere senza paura.
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Relazione affettiva |
Relazione organizzativa |
| Cura e protezione | Chiarezza e coerenza |
| Dipendenza emotiva | Interdipendenza funzionale |
| Base sicura “genitoriale” | Sicurezza psicologica |
| Amore e appartenenza | Fiducia e rispetto reciproco |
La secure base leadership non colma bisogni emotivi, ma promuove ambienti psicologicamente sicuri, in cui la sicurezza deriva da coerenza, equità e rispetto dei ruoli. Il leader non è un “buon genitore”, ma una presenza affidabile che offre chiarezza, limiti e possibilità di autonomia.
Conoscere la propria storia relazionale
Comprendere il proprio stile di attaccamento non serve solo a spiegare comportamenti passati: è una forma di consapevolezza che ci protegge dalle aspettative irrealistiche. Sapere da dove nasce il nostro modo di legarci agli altri — anche al lavoro — ci permette di riconoscere quando chiediamo al contesto professionale qualcosa che appartiene, invece, alla sfera affettiva.
La sofferenza relazionale, nella maggior parte dei casi, nasce proprio da questo scarto: tra ciò che ci aspettiamo e ciò che la realtà può offrire. Se porto nella relazione con capi o colleghi il desiderio (più o meno consapevole) di essere rassicurato, accolto o “visto” come in un legame familiare, rischio di leggere come freddezza o rifiuto ciò che, in realtà, è solo un limite funzionale del contesto di lavoro.
Conoscere la storia del proprio attaccamento aiuta a restare nel piano giusto: a riconoscere i confini e a vedere la relazione professionale per quello che è — una relazione importante, ma non affettiva.
Sicurezza, in questo senso, non significa essere accuditi, ma potersi muovere liberi in un contesto affidabile. E questo vale tanto per i leader quanto per i collaboratori: sapere chi siamo — e da dove vengono le nostre aspettative — è il primo passo per vivere il lavoro con più realismo, e quindi con meno sofferenza.




